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sabato 13 giugno 2015

Mosche bianche

Appena tornata da una partita (da spettatrice) di Roller Derby e ancora frastornata da questo momento di sport vero, sincero e femminile al cento per cento, ritorno a questa paginetta.
Quello che mi ha spinta sono state le parole del premio Nobel Tim Hunt che continuano a ronzarmi in testa, insieme a tutto quello che è successo nella mia mente subito dopo aver letto la notizia.
Per chi non avesse letto i giornali negli ultimi giorni, un premio Nobel in fisiologia e medicina, tale Tim Hunt appunto, che ha scoperto le proteine implicate nel processo di duplicazione cellulare, l'ha sparata grossa.
A quanto si dice avrebbe affermato che le donne che lavorano nella ricerca, a me piace chiamarle scienziate, dovrebbero lavorare in posti separati dai maschi che fanno lo stesso mestiere. Il signor Hunt pensa che le donne siano una distrazione sessuale e romantica dannosa per la concentrazione dei colleghi. E pare che si sia spinto oltre, affermando che il problema con le ricercatrici è che queste piangono quando il loro lavoro viene messo in discussione.
Da questa affermazione è partita una piccola campagna sociale con fotografie postate su Facebook e Twitter che ritraggono ricercatrici intente a fare il proprio lavoro negli outfit più disparati (dalle mute da sub ai camici bianchi) con l'hashtag "distractinglysexy".
Lord Hunt ha dato le dimissioni dalla cattedra, dopo la boutade, senza mai rimangiarsi le brutalità che ha detto, né scusarsi per la sua chiusura mentale.
Questa la storia.

La reazione è avvenuta per gradi. La prima fase è stata, ovviamente, quella del disgusto.
Poi ho sentito il mio solito "bisogno di agire" e allora ho postato la mia bella foto con il mio nell'hashtag (che trovo la cosa più inutile del mondo a parte in queste poche occasioni sociali...e la parola sociale non è qui intesa nell'accezione che si usa per identificare alcuni network!).
Dopo qualche ora, a rabbia sbollita, ho parlato con le mie colleghe. Ci siamo indignate insieme e mi sono sentita un po' meglio. Così come mi aveva rasserenato quel mare di fotografie, di professioniste che si prendono sul serio, ma con un'ironia invincibile sanno cosa rispondere a un vecchio trombone che piscia senza ritegno fuori dal vaso.
Un po' più serena, vado a parlare con un mio collega (uno a cui voglio bene e che reputo intelligente e brillante) della sua ricerca e mentre cerchiamo di capire come normalizzare un parametro impossibile, inizio a raccontargli della notizia, che lui non aveva letto.
Quando, con la mia faccia rilassata, gli ripeto le parole del premio Nobel, lui mi dice con molta semplicità: "Beh, è la verità! Non sai quante donne ho visto piangere sul lavoro!"
La verità. Così dice.
Io mi risveglio dal mio sogno di gloria in cui, per una volta, un cretino ha parlato ed è stato rimesso al suo posto a dovere, e salto su come un grillo. "Pensi che io sia così? Che io piangerei se venissi a dirmi che i miei risultati fanno schifo?"
"Ma tu sei una mosca bianca."
Posso dire, allora, di aver conosciuto solo mosche bianche.
A quanto pare le mosche bianche in questa storia, sono più di quelle nere.
A me non è mai successo, di vedere una collega piangere perché qualcuno le diceva che il suo lavoro non era perfetto. Mai.
Non le ho viste piangere nemmeno quando non era il lavoro ad essere messo sotto la lente d'ingrandimento, ma loro stesse.
Posso dire che ho sentito con queste orecchie tante volte dire alle mie colleghe e anche a me stessa: TU non vai bene. TU sei troppo poco aggressiva. E' il TUO atteggiamento che è sbagliato. TU non ti impegni. Raramente l'ho sentito dire a uomini.
Ma le mie colleghe non hanno pianto comunque. E se lo hanno fatto dopo, in bagno, in macchina, a casa loro, hanno fatto bene, perché fa piangere essere giudicati come persone, nella nostra interezza, quando quello che non va bene è una lettera di dimissioni o un report mensile.
E così, finito il meeting di statistica, me ne sono tornata meditabonda davanti al mio computer.

Ho avuto bisogno di un paio di amiche con cui parlarne. Mi hanno fatto ragionare su una cosa ancora più importante. Tralasciando il commento sulla distrazione sessuale, da represso vittoriano in terapia col bromuro, ci siamo concentrate sulla questione lacrime.
Qual'è il problema del pianto? Piangere è una reazione umana, che, se motivata, esprime l'interessamento della persona per la questione in ballo, la sua preoccupazione e il dispiacere per non aver raggiunto un obiettivo.
Le donne piangono più degli uomini. Ammesso che questo sia vero (ho visto uomini piangere tanto da rischiare la deidradazione), è vero anche che la società lo prevede. Lo da per scontato.
Ma poi lo rinnega quando, sul lavoro, il pianto è segno di debolezza. Anzi, peggio, di non professionalità. La rabbia invece, espressa con urla alla Rocky Balboa e pugni sul muro, è un segno di forza, di dominanza.
Una mia amica mi ha fatto pensare a quel medico che è stato ripreso mentre piangeva disperato, fuori dal pronto soccorso, piegato in due dal dolore di aver perso un paziente.
Quell'uomo è diventato immediatamente una specie di eroe nazionale, un esempio di virtù, rappresentando l'umanità che manca a tanti medici (almeno secondo i giornali che hanno commentato il video). E io penso, se fosse stata una donna medico a piangere per aver perso un paziente, cosa avrebbe detto l'opinione pubblica? Cosa avrebbe detto il suo primario? E i suoi colleghi?
Non lo so. Ma sono quasi certa che non avremmo avuto un'eroina nazionale.
Quello che un po' mi dispiace è che i ricercatori da cui un pazzo ha cercato di separarci mettendo un muro in mezzo a tutti i laboratori del mondo, non hanno sentito il bisogno di di esprimere la loro indignazione per quelle parole. Le foto su Facebook e Twitter erano di donne sorridenti e, ai miei occhi, potenti e luccicanti, ma sole. Che bello sarebbe stato se anche i ricercatori uomini si fossero prestati per questa esilarante protesta, magari facendosi fotografare in lacrime. Allora sì, la mia testa avrebbe smesso di ronzare.
Invece niente, e niente anche quando al loro fianco è seduta una collega che li aiuta a non affogare tra tabelle excel e calcoli astronomici con un sorriso sulle labbra. Le parole di Hunt e i suoi peli che escono dal naso di un buon centimetro, continuano ad essere la Verità. Quella dei testi sacri, quella che prendi così per fede in qualcosa che non hai ne voglia ne tempo di capire, quella per i poveri, quella che non ha niente a che fare con la scienza.
Beh, caro collega, io spero, dal profondo del cuore, che sia una mosca bianca anche tu!




mercoledì 21 gennaio 2015

Han, Hon, Hen

Lui, lei, l'altro.
Nel mio bagno c'è un cartello che dice: WC (han, hen, hon).
Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero arrivata a capire che c'era un pronome di troppo.
Nel 2012 la Svezia, dopo un lungo dibattito, ha deciso di introdurre il pronome neutro.
Se "han" vuol dire "lui" e hon vuol dire "lei" (ovviamente non poteva che essere impossibile indovinare), "hen" è il pronome usato quando il sesso di qualcuno che viene citato non è conosciuto, o se il sesso di un individuo non è chiaro, o ancora meglio, se non è importante nel contesto in cui si sta discutendo.
Kiv och Monsterhund (Kiv e il cane mostro) è il primo libro per bambini scritto con hen. Kiv non è ne maschio ne femmina, perché come tutti i bambini di sei o sette anni non ha nessun carattere sessuale secondario sviluppato e con un cappellino in testa (come quello a righe verdi che indossa Kiv) nessuno potrebbe essere sicuro che si tratti di un bambino o di una bambina. Così è un personaggio neutro in cui tutti si possono identificare. E anche il suo cane mostro è neutro. Chi lo conosce il sesso dei mostri, in fondo?

Ma libri per bambini a parte...
Immaginatevi una bella lettera di presentazione per un lavoro dove si parla di voi come di un essere senza sesso. Che liberazione!
Oltre al pronome neutro, sono stati approvati in Svezia oltre 170 nomi neutri. Nomi che non sono né maschili, né femminili e il cui compito è quello di ridurre la discriminazione e smontare un po' il circo che si costruisce intorno ai generi. Smantellare i ruoli, insomma.
"Hen" è la gallina che ha fatto impazzire la Svezia. Non tutti sono stati soddisfatti di questa nuova trovata, ma la pollastrella senza sesso è entrata nella routine dei vichinghi senza troppi intoppi.
Da bravi cittadini diligenti, gli svedesi, insegnano il pronome neutro ai corsi per stranieri, introducendo una certa confusione e una possibilità in più di sbagliare.
Non potevo che apostrofare con un bel pronome neutro il mio compagno di banco, un uomo del Kuwait orgogliosissimo della suo genere!

Mi chiedevo in italiano come sarebbe? Elli? Loi?
Loi è meglio. Sembra quasi un nomignolo.
"Credo che loi sia un buon candidato per questo lavoro, ha grandi potenzialità e un'ottima preparazione."
Con una selezione dei curricula senza sesso, forse ci sarebbe la possibilità di limitare la discriminazione almeno nelle fasi preliminari della scelta dei candidati per qualsiasi lavoro.
E poi, e poi...e poi è chiaro che non basta un pronome. Quella all'eliminazione della discriminazione di genere è un'attitudine, qualcosa che permea i piccoli gesti, quelli quotidiani, quelli di cui nessuno si accorge ma che sono gli unici che fanno davvero la differenza.

Intanto mi accontento di andare in libreria a cercare Kiv e il suo cane mostro! (per vedere la copertina vai alla photogallery)





giovedì 13 novembre 2014

Per cominciare bene la giornata: rabbia e speranza a colazione

C'è bisogno di energia. La mattina.
Sopratutto quando le ore di luce diventano cinque e mezzo su ventiquattro e ci si sente sempre un po' assonnati.
Mentre facevo la mia colazione da ottomila calorie pensavo a una cosa che mi aveva detto una mia amica. La mia amica è un medico.
Parlava del suo capo, che è un uomo, ovviamente.
Durante un giro visite il capo le dice testuali (o più o meno testuali) parole: "La medicina sta perdendo tutto il suo prestigio! Ormai non si tratta ché di lavoro d'ufficio. Infatti ci sono più donne che uomini che esercitano la professione. Voi siete brave, col lavoro d'ufficio."
Ogni volta che ci penso, una rabbia cieca mi pervade, che rischio di polverizzare quello che ho tra le  mani come Wonder Woman. E stamattina avrei mandato in pezzi il mio latte d'avena con il muesli alla frutta (immaginate un frutto...nel mio muesli c'è!).
Ringrazio il capo della mia amica (esimio professore di un'università e di un ospedale che non si possono dire) per aver dato il giusto sprint alla mia giornata e avermi fatto pedalare fino al laboratorio senza neanche appoggiare il culo sulla sella.
La cosa che mi interesserebbe approfondire con questo povero vecchio accademico senza una vita sociale è la seguente: la medicina ha perso il suo prestigio e quindi è diventata accessibile alle donne, o le donne hanno rovinato la medicina in modo irreparabile? Siamo causa o conseguenza?
Immagino, conoscendo la tipologia di soggetto come le mie tasche, che nella sua personale visione noi povere segretarie siamo la conseguenza. Farci diventare la causa vorrebbe dire ammettere una certa capacità di azione da parte nostra (la cosa che più spaventa al mondo...l'azione).
Ogni tanto mi viene l'idea di andare sul letto di morte di tutti questi baluardi della scienza e sussurrargli all'orecchio "al tuo posto adesso c'è una donna", per vederli morire arrabbiati quanto sono stata arrabbiata io in questi anni.
Ma la vendetta non è l'obiettivo (me lo ripeto in modalità mantra per eliminare dalla mia fantasia le fiale di Guttalax nel caffè, le gomme della macchina tagliate o le uova spalmate sul parabrezza del motorino).

Per raddrizzare la giornata senza ridurre l'energia ci vuole qualcosa di buono, la visione anche solo di un piccolo passo per uscire dall'oscurità (in tutti i sensi, lasciatemelo dire).
E allora, appena arrivo al lavoro cerco il curriculum di un professore che si è detto interessato a una collaborazione. Pareva sincero nel propormi di fare quattro chiacchiere sul glicocalice (io non ho mai fatto quattro chiacchiere sul glicocalice con nessuno...forse solo perché nessuno me l'ha mai proposto).
Nel curriculum di questo finlandese dall'accento inglese un po' indecifrabile (immaginatevi che bei misunderstanding tra recettori, cellule e mediatori) c'è scritto che è un maschio e che ha quattro figli.
Solo nei curricula delle donne avevo visto dichiarato il numero di figli, prima. E non era certo per vantarsene. Era per mettere le mani avanti. Qualcuna dichiarava pure di avere dei genitori pronti a fare i nonni a tempo pieno; tanto per mettere nero su bianco che i figli non sarebbero stati un impedimento allo svolgimento del lavoro (e non stiamo parlando del posto fisso alla NASA per progettare missili da mandare su un pianeta dal nome sconosciuto).
Vedere che il signor Finlandese ha scritto che ha 4 figli mi è sembrato bello. Paritario. E mi è anche sembrato che il fatto di averne così tanti fosse per lui un vanto, non un handicap. Come a voler dichiarare di essere una persona realizzata anche fuori dall'ospedale.
Ha pure scritto di essere un maschio. Questo è peculiare.
Avrei due motivi da proporre come soluzione del rebus.
1. I nomi finlandesi non si capisce se sono maschili o femminili (lui si chiama Jyrki!!!).
2. Il finlandese è una lingua senza genere.
Non esiste lui e lei, bello o bella. Diciamo che in finlandese è tutto BELLUM (corrispettivo latino del neutro???), non importa se abbia le ovaie o i testicoli.
Ci sarà un motivo allora se la Finlandia è molto più avanti della Svezia nel percorso verso la parità di genere? Sarà perché nessuno si interessa di sapere se sei maschio o femmina quando si parla di te?
Intanto io aggiungo al mio curriculum che sono femmina (mica che non l'avessero capito!).

Vi rimando ad un sito molto molto bello...
Si parla di parità e lavoro e chi lo scrive ha molto talento ed esperienza.

Keep sharing ideas!

http://laboratoriodonnae.wordpress.com/2014/08/31/racconti-di-unaziendalista-femminista/

martedì 21 ottobre 2014

Numeri - parte 1

La prima volta che ho pensato alla disuguaglianza di genere nella mia professione ero ad un congresso.
Sono un medico. Anche se credo che nessuno dei lettori ne sia all'oscuro, lo ricordo (mai snobbare gli eventuali fans disinteressati).
Credo di poter dire, anche senza numeri, che ad un livello meramente quantitativo, in medicina abbiamo raggiunto e superato gli uomini.
Fare il medico, anzi essere medico, non conviene più. Niente più stipendi stellari, molti più rischi legali e ci si spacca la schiena come o più di una volta.
Gli uomini hanno semplicemente spostato la propria attenzione verso qualcosa di più redditizio o comunque di meno faticoso. Così da qualche anno, la quota di studentesse che provano il test di ammissione è superiore al 50% del totale.
Cosa succede poi una volta entrate nel magico mondo della medicina lo lasciamo ad un futuro post. Lo riservo per un giorno in cui avrò rabbia da smaltire. Oggi sono alle prese con la statistica e preferisco parlare di meri numeri. Sono talmente eloquenti che potrò risparmiare la rabbia per un altro momento.
Dicevo, a livello numerico, la professione del medico è paritaria.
E la professione del ricercatore medico?
Molti medici che fanno ricerca, anzi quasi tutti, fanno anche attività clinica. Fare solo il ricercatore sarebbe infinitamente meno redditizio e, potendo contemporaneamente esercitare, si decide sempre per il piede in due scarpe e sono quasi certa che, come per tutto il resto, significhi fare tutto malissimo.
Chi sono i ricercatori medici?
Fino a qualche anno fa non lo sapevo. Poi ho cominciato a girare i congressi, prima da studente in cerca di gadget e poi da neo-professionista (se mi passate il termine), in cerca di vere informazioni, illuminazioni, idee.
Ho continuato a portarmi a casa solo gadget. E questo può far intuire che le grandi rivelazioni in medicina non hanno le proporzioni di ciò che si pubblica. Anzi, si pubblica di tutto. Vera e propria carta igienica. Ma anche per la speculazione sulla ricerca è meglio dedicare un intervento separato, rischierei di non finire mai più la mia pausa pranzo.
Ero al congresso, dicevo. Improvvisamente noto una cosa, uno sciocco particolare a cui, chissà come, non avevo mai prestato attenzione. I relatori erano solo uomini.
Cinque giorni di congresso e nemmeno una donna al microfono. Eppure di donne in platea ce n'erano.
Sono tornata a casa confusa.
Con il passare degli anni e dei congressi ho capito che, non solo erano sempre uomini a presentare fantasmagorici lavori per la maggior parte inutili, ma erano anche sempre gli stessi. E questo è un problema italiano (e non solo) che si chiama baronato, e pure questo andrebbe analizzato in altra sede.
Torniamo al fatto che c'erano soltanto maschi a parlare, non sempre bene, di scienza.
Al tempo in cui mi resi conto della discrepanza, ingenuamente, pensavo che la ricerca fosse un mondo fatato, giusto, equo e pieno di gente che passava le notti al microscopio o ad osservare il comportamento dei topi per amore dell'unica grande e provvida Mamma Scienza.
Invece è un mondo oscuro, ingiusto, assolutamente iniquo e pieno di gente che passa le serate a sbafarsi aragosta al ristorante a spese di qualche casa farmaceutica o, quando va peggio, dei contribuenti.
Quando facevo notare ai miei colleghi (maschi per lo più, ma anche parecchie femmine) che c'erano solo uomini a fare i relatori ai congressi, facevano spallucce.
"Saranno più bravi!" era la risposta. Io strabuzzavo gli occhi "Ma non c'è alcuna evidenza scientifica che sia così!". Chiunque liquidi la questione della disparità di genere con un "gli uomini sono probabilmente meglio a fare questo e quello", sappia che verrà sempre e intensamente spernacchiato dalla sottoscritta. Che diavolo di risposta è?
Sarebbe come dire questo: prendo due gruppi di pazienti, a uno do la medicina e all'altro no. Il gruppo che prende la medicina muore meno. "Probabilmente sarà perché gli altri avevano più voglia di morire!". Ecco, pensare che la questione di genere sia la conseguenza di una differenza di capacità ha esattamente la stessa evidenza scientifica del mio esempio.

Ma dovevo parlare di numeri.
Nel 2013 alcuni importanti articoli sull'ineguaglianza di genere nella ricerca scientifica sono comparsi su riviste di settore in tutto il mondo. Merito, forse, dell'ondata di femminismo che (con buona pace di tutti quanti) sta attraversando il mondo intero.
La più autorevole pubblicata da Nature (per chi non fosse del settore: una delle due riviste scientifiche più influenti al mondo). Nature ha pubblicato a riguardo un numero speciale chiamato: Woman in Science. Cercatevelo, è assolutamente alla portata di tutti i backround culturali.
I numeri di Nature sono eloquenti.
Innanzitutto le donne studiano. E questo è un fatto. Andiamo a scuola quanto i nostri compagni maschi. Ci laureiamo in uguale proporzione e in alcune aree di ricerca in particolare ci dottoriamo con la stessa frequenza. Una significativa differenza c'è solo in alcune facoltà ancora appannaggio degli uomini: ingegneria, fisica, astronomia.
Cosa succede dopo? Dopo ci spegniamo. Da qualche parte tra il dottorato e un impiego postdoc o un'assunzione come professore.
Le donne che provano una carriera accademica sono meno di un quarto degli uomini e meno del 15% per ingenerai e astronomia.
Le donne che la ottengono sono meno di un terzo di quelle che ci provano. Fatevi voi i vostri conti.
La ragione sembra in qualche modo legata alla famiglia. La stramaledetta famiglia tradizionale, in cui è la donna che rinuncia al proprio lavoro. Quella famiglia che in molti difendono a spada tratta. Proprio lei.
Le donne con figli mollano prima il lavoro nella ricerca e lo fanno con una frequenza proporzionale al numero dei figli. Gli uomini invece si riproducono senza che questo, apparentemente, abbia il benché minimo impatto sul lavoro. (Gli uomini che mollano sono il 20% del totale, che abbiamo o no figli il risultato non cambia; per le donne con i figli la percentuale arriva a più del 40%)
Eppure non è tutto qui, perché anche le donne senza figli e marito emergono come penalizzate.
Mi hanno impressionato le parole di Hanna Valentine, ricercatrice della Stanford University, "una delle cause degli abbandoni della carriera accademica da parte delle donne è che non trovano in questo mondo niente che somigli loro". Vale a dire altre donne. E sole è difficile andare avanti. Così molliamo, lasciando sola qualche altra che mollerà e via così.
Solo il 34% delle assunzioni per un primo lavoro come postdoc è femminile.
Un'interessante ricerca di Jo Handelsman ha dato qualche grattacapo ai vertici delle università americane. A 27 professori (maschi e femmine) venivano sottoposti due curriculum falsi di due aspiranti postdoc con le stesse identiche caratteristiche. Uno maschio e una femmina. Alla fine della valutazione la maggior parte dei professori si diceva interessato all'assunzione di John ma non di Jennifer e le poche volte in cui anche Jennifer veniva virtualmente assunta prendeva 3000 dollari in meno di John all'anno.

Questo è solo un assaggio. Non è nemmeno l'aperitivo. E' la tartina che rubate di nascosto dal vassoio quando vostra madre non sta guardando.
C'è una valanga di roba da leggere al riguardo. Altri mille e mille numeri.
E la cosa divertente è che nessuno si è preso la briga di analizzare i numeri della ricerca medica. Si parla sempre di biologia, ecologia, ingegneria, astronomia. I medici donna non si sono voluti sporcare il camice rovistando nel cesto della spazzatura. Eppure sono convinta che troveremmo dati ancora peggiori, un baratro di disuguaglianza.
Parlo alle mie colleghe! Dovremo farlo, sporcarci il camice dico. Sarà necessario. Quindi state pronte!

Lo so che i numeri sono deprimenti. Poco fantasiosi, a volte possono sembrare addirittura vuoti di significato.
Ma sono l'unico modo di tappare la bocca a chi dice che "magari gli uomini sono più bravi!"
Appena ho un po' di tempo in più vi prometto una bibliografia completa sull'argomento.
Perché c'è da fare un gran lavoro.
Ne volete sentire una bella?
Sono stata a un congresso anche in Svezia, la settimana scorsa.
Indovinate quante donne c'erano a parlare di scienza.
Neanche una.
Mi auguro vi stiate già rimboccando le maniche.



giovedì 16 ottobre 2014

Tabù


Le parole che non si possono dire. 
Sono solitamente contraria a bandire le parole. Mi piacciono tanto!
Però credo che il nostro modo di esprimerci abbai molto a che fare con la nostra cultura, proprio con il recondito. Ci sono espressioni e giri di parole barbaramente offensivi che abbiamo traslato di significato poco più in là e continuiamo a utilizzare, o che sottendono una mentalità becera e ignorante, ma che passano allegramente inosservati.
Ecco ce ne sono alcune, di espressioni, che non mi vanno giù e che credo dovremmo smettere di pronunciare. Sarebbe già un grande passo avanti notarle. Fatelo! Notatele! Notate quelle espressioni che umiliano senza farsi notare e poi me le potreste anche scrivere. Potremmo persino scriverne un bel dizionario. Il dizionario dei tabù.
Per quel che riguarda la disuguaglianza di genere, ne ho almeno una ventina.
Ve ne scrivo quattro, quelle che mi stanno più antipatiche in assoluto.

1. Isteria/Isterica.
Ci hanno fatto anche un filetto romantico da quattro soldi che qualche mia amica si ricorderà benissimo, ma l'isteria è una roba seria! Anzi, in realtà l'isteria è uno scherzo, perché non esiste.
Veniva indicata comunemente come isteria...qualsiasi cosa non sapessero diagnosticare Freud e compagni. Ovviamente in una paziente donna. Terapia: rimozione dell'utero (Hysteron), che in quanto organo che contiene la femminilità (intesa come l'essere femmina) portava via con sé tutto il male.
Oggi si dice che una è isterica quando è nervosa, agitata o di mal umore. Difficilmente lo sentirete dire a un uomo. E molto probabilmente lo sentirete dire abbinato alla frase "Sarà mestruata!", tanto per tornare all'utero causa di tutti i mali.
Vi sembrerà innocuo, ma ho sentito un esimio professore pochi anni fa dire di credere molto nell'esistenza dell'isteria, che si tratta di una malattia molto seria e pazzi quelli che l'hanno cancellata dalla lista delle malattie mentali! 
A me, questo tizio, primario di neurologia di un ospedale di cui non posso dire il nome, è sembrato tutto tranne che innocuo. 
Non è per fare la solita corvaccia nera del malaugurio...ma è un attimo che ci ritroviamo senza utero! 

2. Sei una femminuccia/You hit like a girl.
Qualche mese fa un'amica mi ha mandato un video formidabile! Un video pubblicitario della Dove (a volte le pubblicità sono meravigliose, mannaggia a loro!) che focalizzava la stupidità di questo modo dire.
"Sei una femminuccia!" si dice ai maschi, chiaramente, e se non ve ne eravate accorte è un'offesa.
Quindi essere una femmina è un'offesa. In inglese si dice You hit like a girl (picchi come una ragazzina), o You run like a girl, o You swim like a girl. Tutto per dire che una ragazza corre, nuota e picchia peggio di un ragazzo. Nella maggior parte dei casi sarà pure vero. Ma allora perché non dire picchi come un vecchio, corri come un handicappato? Perché sarebbe assolutamente discriminatorio! Non si può fare!! E sono d'accordo. Ma perché io posso essere tranquillamente un termine di paragone di inferiorità? Senza contare che non corro peggio di tutti i maschi del mondo e sono sicura che picchio meglio di molti, fosse anche solo per una questione di rabbia repressa. 
Spieghiamo ai bambini che si può essere più originali. Si può dire "Picchi come Gandhi", oppure "Corri come un pesce" e "Nuoti come un mattone".


3. Cosa ci fate qui tutte sole?
Questa credo sia la frase che mi fa più imbestialire di tutte le frasi del mondo. E' un concentrato di maschilismo bigotto da società patriarcale paleolitica. Ed è universale. Esiste in inglese, in svedese, in spagnolo, in francese...e temo anche in mandarino.
Quante volte vi è successo di essere con delle amiche a bere un caffè e si avvicina un conoscente che vi dice questa frase? Qualcuna, sicuramente. 
Faccio l'analisi più breve che posso. 
Il fatto che siamo in cinque, sei, sette, otto...non conta niente. Finchè non c'è un uomo con noi siamo sole. Una donna senza un uomo è sola. Corri a sposarti!
Sposati perché hai bisogno di protezione, da cosa? Non ha importanza. Da tutto!
E quel "cosa ci fate"? Magari state bevendo l'aperitivo, o facendo una passeggiata, ma niente ha senso senza un uomo vicino. La vostra stessa vita non ce l'ha. L'unica soluzione è avere sempre semprissimo un uomo al tuo fianco.
Chi si avvicinerebbe a un gruppo di uomini a chiedere: cosa ci fate qui tutti soli?
Beh, provate! Solo per vedere l'effetto che fa. 
Volete che ve lo dico? Vi tolgo la sorpresa? Va bene, dai! Mutismo e sbigottimento. Andate e diffondete il verbo.

4. Ti stai facendo bella per uscire?
Ma sei stronzo? Questa dovrebbe essere l'unica risposta possibile. Invece sorridiamo impacciate. A volte non ci stavamo facendo belle, ci stavamo facendo la doccia e volevamo mettere un maglione dolcevita e jeans rotti sul ginocchio; ma come facciamo a deludere le aspettative.
Di solito è una frase che vi sentite dire dal vostro compagno, fidanzato, marito, amico di letto...chiunque sia autorizzato a sbirciare nel vostro bagno. E questo crea molti ordini di problemi. 
Il primo è che se mi devo "fare bella" significa che prima non ero un granché.
Poi...se mi stavo facendo bella per davvero, adesso mi sento pirla. Uno non ti dovrebbe vedere mentre ti spalmi la faccia di una roba marroncina e spennelli qua e là. Dovrebbe vedere il risultato finale e il fatto che abbia colto sul fatto la preparazione fa l'effetto dell'apertura del forno a metà della cottura della torta margherita, affloscia.
Se invece mi stavo solo schiacciando un brufolo, mi sento in dovere di fare qualcosa per deludere delle aspettative.
Insomma è la frase che ingloba tutta la fragilità del corpo delle donne. Che le incatena agli specchi, alle bilance, alle creme anticellulite. Le donne, moltissime, cercano ancora l'approvazione dell'occhio maschile, a qualsiasi età. E tutte cercano l'approvazione del proprio compagno.
Sarebbe semplice. Forse dire "ti stai truccando?" suona diverso. "Ti metti un maglione o un vestito?" forse è meno brutale di un "Ti tiri a lucido stasera?". 
Bisognerà chiedere una mano, temo. Almeno agli uomini che abbiamo scelto di avere vicino.

Se avete altre espressioni che pensate di voler bandire dalla lingua italiana, potete sfogarvi qui!


Come eravamo...

Non sono sempre stata femminista. Quando ero piccola non lo ero affatto. Anzi, volevo essere un maschio. E volevo fare un lavoro da maschio.
Quando a otto anni ho detto a mia madre, che ha fatto spallucce, che volevo fare il dottore, non mi immaginavo in uno studio tirato a lucido con una gonna e una camicia di seta sotto il camice stirato di fresco. Nossignore! Mi immaginavo in prima linea, in un ospedale da campo, con una cartucciera di siringhe e un bisturi tra i denti. La soldato Jane di tutti i dottori!
Il perché volessi essere un maschio è presto spiegato. Perché essere un maschio era più divertente. Niente vestiti scomodi, giochi più fichi, il privilegio di fare la pipì in piedi, la possibilità di fare la gara di rutti e nessuna mestruazione in arrivo. Quando le tue ovaie decidono di attivarsi a dieci anni, vorresti essere tutto tranne che una femmina. Piuttosto un cane o uno scimpanzé.
E poi i maschi adulti mi sembravano potenti. Non ho avuto un papà in giacca e cravatta, ma la sua tuta da meccanico mi sembrava comunque più interessante dei vestiti comuni di mia madre.
Mio padre e mio nonno mi sembravano quelli che prendevano tutte le decisioni in famiglia (ho dovuto crescere un po' per capire quanto non fosse vero!) e io volevo prendere decisioni.
Tutto nel mondo mi portava a desiderare di essere come loro e ci ho provato, per almeno una ventina d'anni. Ho avuto molti più amici maschi che femmine, per tutta la mia adolescenza. Suonavo con un gruppo di maschi. Bevevo come un maschio e mi piaceva che i miei amici me lo facessero notare (una terribile gara di resistenza che mi è costata una gastrite).
Quando ho iniziato ad accorgermi che mi piacevano i maschi le cose sono molto cambiate.
E non è stato allora che sono diventata femminista. Al contrario, sono caduta dentro a tutti i miseri cliché di questo mondo. Sono stata ossessionata dal mio corpo, a dieta per una buona parte dei miei anni migliori, in una continua altalena pericolosa tra l'essere originale e l'essere la copia di qualcosa che mi veniva proposto come perfetto.
Quando dormivo con qualcuno non mi struccavo, per paura di non essere bella a sufficienza. Pensavo, a volte, che un paio di jeans potessero farmi diventare qualcuno e risparmiavo i soldi per comprarmeli invece di spenderli per divertirmi davvero.
Volevo che gli uomini mi notassero. Lo so, lo so, che è tutto normale. Che non si tratta che di crescita e ormoni impazziti. Ma tutte queste ossessioni e manie hanno scavato talmente a fondo che ancora oggi mi faccio l'autoanalisi. Sto ancora imparando ad amarmi per quella che sono e a ignorare la propaganda dell'impossibile.
La prima volta che ho capito che volevo essere femminista è stato in un bar. Una mia amica mi aveva invitato per un tè tra donne. Era una specie di esperimento sociale, una chiacchierata per confessarsi tra sconosciute le ossessioni che riguardavano il corpo. Mi sono accorta che nemmeno una delle ragazze lì presenti era felice dell'immagine che lo specchio rifletteva, e tutte raccontavano storie di scherno e vergogna, di discriminazione. Battute stupide sul loro peso. Risate per il loro modo di vestire. Giochi di parole sul seno che non c'è. Una dopo l'altra quelle sconosciute mi hanno aperto gli occhi sul fatto che questa riunione i maschi non l'avrebbero potuta fare. Mai.
Allora ho capito che volevo essere una femmina. Sono tornata a casa più felice, senza capire bene il perché. E qualcosa si è acceso. Improvvisamente sono stata capace di vedere in un'ottica nuova, tutto quello che non andava. Mi sono tolta un velo dagli occhi e ho iniziato a notare tutto, e tutto di colpo.
E' stato come essere catapultata su un altro pianeta. Un pianeta pieno di cose da sistemare. Fino al giorno prima mi sembrava che andasse bene, combattevo per i diritti degli altri casomai, perché io, i diritti, li avevo già tutti. E fu come avere una torcia in mano, un immenso faro nella notte.
Quelle donne che bevevano il tè mi hanno fatto diventare femminista e non le ringrazierò mai abbastanza per questo. E non ringrazierò mai abbastanza la mia amica che ha fatto diventare queste confessioni una mostra interattiva che spiega a tutti il dolore che c'è dietro un certo tipo di violenza concessa e permessa.
Questa piccola cronistoria è per dire che non si nasce qualcosa, lo si diventa col tempo e con fatica. Come si fa con ogni conquista, ogni giorno bagno la mia piccola piantina femminista, il che significa anche bagnarla di rabbia per tutto ciò che vedo, leggo e sento (povere le mie orecchie!). Questo è per spiegare perché mi sono messa a scrivere di donne a ventotto anni e non a diciotto. E per dire anche che sento che all'ONU per i diritti delle donne ci dovrebbe essere una donna con i controcazzi e controcoglioni (scusate il francese), una che si è fatta un mazzo a studiare e informarsi e si è battuta per la causa, invece che Emma Watson. Una che avrebbe saputo cosa dire ai troll di internet che la minacciavano di morte.
E questo per dire anche viva Emma Watson, se continuerà il suo percorso e terrà fede a tutte le sue promesse. Viva lei e tutte le altre perché c'è un immenso bisogno di loro e non perché sono superstar, ma perchè sono donne.
Femministe non si nasce!




venerdì 10 ottobre 2014

Bianca

Non è un post sulla neve. E' un post rilassante da venerdì pomeriggio, quando sai che presto uscirai dal lavoro e chiuderai quell'area del tuo cervello per un paio di giorni.
Un post che non vuole infierire sulla condizione delle donne, svedesi o italiane, o sulla triste realtà culturale di certe aree geografiche. Abbiamo detto che è venerdì, no?
Un post che parla di Bianca.
Poche settimane fa mi sono divertita a scrivere su Facebook la classifica dei dieci libri più importanti della mia vita. Un tormentone di gran moda tra gli utenti delle reti sociali (mi spiace di fare l'italianista, ma la parola social network la sopporto appena, la sento dire troppo spesso e credo sia una delle poche parole che viene usata in modo appropriato, il ché mi riempie di tristezza). Scrivere la lista è stato divertente e molto faticoso. I grandi classici inculcati da vecchie professoresse di lettere, che ti entrano nella pelle quando ti lasci andare, han dovuto gareggiare contro titani dell'autodeterminazione adolescenziale come No Logo di Naomi Klein o tutta l'opera omnia di Thoreau. Per non parlare dei libri che mi piacciono e basta, che mi hanno straziato l'anima e tormentato notti in bianco con la lucina accesa, che rileggerei cento volte fino a credere che quella raccontata sia l'unica realtà possibile. Insomma un bel casino.
Dieci è proprio un numero del cavolo. Fossero stati almeno 20, 50, magari 100. Eh sì, perché se, in tutto lo scritto universale, scelgo di leggere qualcosa l'ho già reso importante, degno della mia attenzione, del mio tempo. Ho già scremato e sicuramente qualcuno ha indirizzato la mia scelta.
Un amico che mi ha detto che mi potrebbe piacere un autore, la mia rivista preferita che recensisce con cinque stelline un volume o un libro che è importante per qualcuno a cui voglio bene.
E tante volte hanno scelto per me. Mi hanno regalato libri e li ho letti sempre, perché bisogna dare fiducia a chi regala libri, senza se e senza ma.
Quando ero piccola era diverso.
Andavo alla biblioteca di Ponte San Pietro una volta la settimana. Le uniche cose che potevano aiutarmi nella scelta erano: i titoli, l'immagine di copertina e il profumo della carta.
Nonostante questa limitata capacità di discernimento, le mie letture infantili sono state ottime, segno che c'è più di un'alchimia tra i libri e il lettore.
Per fortuna, tra i volumi disponibili nello spazio Giovani, c'era anche Bianca.
Bianca Pitzorno. Probabilmente non vi dico niente di nuovo. La maggior parte di voi starà sorridendo. Starà pensando ad Asdrubale con i denti ammuffiti e i brufoli di Streghetta Mia, o alla piccola Lavinia infreddolita la notte di Natale, per non parlare di quella furia di Prisca di Ascolta il mio cuore.
Quando lessi Speciale Violante, capii che non avrei mai più potuto fare a meno della letteratura, che i libri non erano solo fatti per imparare, ma anche per sognare.
Devo molto a Bianca Pitzorno, come donna, oltre che come lettrice. Nelle sue storie, il femminismo è raccontato delicatamente, ma senza mezzi termini. Le sue bambine coraggiose e intelligenti sono il preludio delle donne che hanno letto quelle storie da piccole, coraggiose e intelligenti. Alleate, soprattutto.
Le bambine di Bianca Pitzorno sono alleate, amiche, unite. Non si invidiano, non si odiano e percorrono la vita per mano.
Il mito delle amiche invidiose è una stupida trovata dell'imperialismo maschile che ha vissuto per secoli sul "divide et impera", come dice Bianca in una bella intervista.
Oggi mi sono ricordata di lei, del suo elegante lavoro educativo, così importante. Ogni tanto ci si scorda dell'ovvio e io ho vergognosamente dimenticato i suoi libri nella mia top ten.
Forse li ho dimenticati proprio perché vengono prima ancora, prima della consapevolezza di star leggendo e provare piacere nel farlo. Sono stati il faro che mi ha fatto tornare in quella biblioteca per anni.
Se per caso non siete state fortunate quanto me, o la vostra biblioteca non ha potuto sostenervi e siete a corto di Bianca, beh...è ora di cominciare e non importa quanti anni avete. Sono libri per bambine, ma sono libri seri!



martedì 30 settembre 2014

Vikings

Una mia amica femminista (nel senso che è impegnata all'interno del movimento, un'attivista insomma), mi ha scritto un messaggio la settimana scorsa che diceva così: "Ti prego, dimmi che non sono tutti deficienti anche lì!".
Si riferiva agli uomini.
Non sapevo come fare a deluderla, visto che dovevo. Ho risposto un evasivo: "I deficienti sono come il curry nella cucina indiana!"
Non me ne vogliano gli uomini che leggono il blog (e credo siano, forse, due). Il "tutti deficienti" della mia amica non significava tutti! Significava tanti. E vi assicuro che quando stai cercando un compagno di vita (o almeno un compagno di serate piacevoli) e accetti svariati appuntamenti semi alla cieca, la sensazione imperante è che non sia rimasto nemmeno un essere di sesso maschile con QI nel range di normalità sull'intera crosta terrestre.
Quello che volevo rispondere alla mia amica è che non ci sono grosse differenze, questo volevo dire.
L'attitudine "educata e posata" dello svedese medio, cela un po' di più la "deficienza", ma un occhio allenato vede i nodi prima che arrivino al pettine.

Domenica mattina vado a nuotare. Nuoto nella corsia media. C'è anche una corsia lenta, dove ci sono le signore di una certa età che più che nuotare sguazzano, e una veloce dove si immergono solo i veri vichinghi, non so se mi spiego. Io sto nel mezzo, che mi sembra una buona soluzione.
Nella mia corsia nuotano tutte le domeniche le stesse facce. Di queste facce tre sono maschili. Tutti e tre fanno a gara a chi ce l'ha più lungo, più grosso e più bello. Si superano anche se nuotano esattamente alla stessa velocità, mi superano perché stare dietro a una donna nonsiamai, si atteggiano con la faccia corrucciata alla Rosolino tutto il tempo.
Questo voglio dire quando scrivo che non c'è differenza.
Sguardi di derisione, disapprovazione, addirittura disprezzo, volano anche in questa parte d'Europa. Ma con vaghezza e affettazione.
Il che rende il tutto davvero più sopportabile. Non dico che sia meglio o peggio. Dico solo che vederlo meno mi fa arrabbiare di meno. Nel mio quotidiano.

Una cosa che non avrei mai immaginato e che distingue i vichinghi in modo molto sensibile dal resto degli uomini di mia conoscenza (provenienti da mezza Europa e più) è l'attaccamento ad un codice di comportamento sociale a tratti noioso e a tratti entusiasmante.
Provate ad andare a cena con uno svedese(per evitare guerre civili puntualizzo che sono andata a cena con un gruppo di svedesi, non con uno solo)!
Non importa quanto siete veloci, lui sarà più veloce di voi a: spostarvi la sedia per farvi sedere, per farvi alzare, versarvi l'acqua, il vino, la birra, raccogliervi il tovagliolo che vi è caduto e prendere la vostra giacca dal guardaroba per aiutarvi a indossarla. Non prenderà la forchetta in mano fino a che non sarete voi le prime a farlo e brinderà alla vostra salute milioni di volte.
Una ragazza italiana che ho conosciuto qui, ha accettato l'invito di un ragazzo svedese per un picnic. Il biondino si è presentato con uno zaino da 16 litri che conteneva nell'ordine: due bicchieri flut e una bottiglia da 50 ml di champagne per l'aperitivo, tartine, torte salate e risotto vegan (perché la mia amica lo è, non lui!) per il pranzo, fornellino da campo, caffettiera, caffè e biscottini, tovaglia, plaid e un maglione in più nel caso lei avesse avuto freddo. Ce stava a provà? No!
Come da noi ci sono ferrei ruoli che non riusciamo a mollare, così in Svezia. Solo che quelli svedesi mi sembrano più vantaggiosi, alla prima occhiata.
Mi rendo conto che si tratti di una mera questione di etichetta e che non abbia niente a che vedere col rispetto vero e proprio e tantomeno con l'affetto o l'amore (quando mai!), ma vi assicuro che è piacevole. Diciamo rilassante.
Non lo trovo nemmeno anti-femminista. La gentilezza non è anti niente, insomma!

Ecco, se potessi rispondere ancora al messaggio della mia amica le direi che la deficienza ha la stessa prevalenza nella popolazione, ma che con le gambe sotto il tavolo e un tortino di patate di fronte, te ne dimentichi per mezz'ora.


domenica 28 settembre 2014

I pugni in tasca


A Uppsala alle sette di mattina non vola una mosca.
Niente clacson, niente urla.
Milano alle sette di mattina è già un casino. Mi vengono in mente scene da guerra civile per un parcheggio, minacce di morte al semaforo, dita medie alzate e sventolate come un vessillo. Un piccolo disastro quotidiano, che si ripete, come uno spettacolo teatrale di successo, anche poco prima di cena.
Lasciando perdere il fatto che a Uppsala ci sono un ventesimo delle macchine che Milano contiene, il caos italiano non sembra riproporsi, in terra scandinava, nemmeno nelle dovute proporzioni.
Silenzio, macchine elettriche che manco le senti arrivare, ciclisti che sembrano ninja, passanti che non parlano al telefono se non sottovoce.
Se uno si addormenta a un semaforo, la colonna di macchine non fa una piega e prima di dare una piccola, innocente e rapidissima toccatina al clacson passano per lo meno tre minuti. Centottanta secondi! Sono un’eternità alle sette di mattina! Sono il tempo che ci metto a vestirmi e truccarmi!
La flemma da quasi sui nervi.
Mi chiedevo come potessero essere così sereni, sempre.
La spiegazione mi è arrivata qualche giorno fa. Da uno svedese. Gli chiedo perché non abbassano il finestrino e urlano il corrispettivo di: “Li mortacci tua!!” uppsalese. La risposta è: noi mettiamo il pugno in tasca. Chiudiamo il pugno e lo mettiamo via. Mettiamo via la nostra rabbia.
La prima reazione è: che bravi! Ma dopo 5 minuti che ci penso, dico ad voce alta: ma non fa per niente bene!
Mettere via i pugni chiusi non è salutare. Nonostante non l’abbia mai fatto (la mia rabbia è sempre ben visibile e se anche non lo fosse per l’oggetto della stessa, lo sarà per il bagno in cui andrò a emettere un urlo alla tarzan o per la porta che sbatterò a cento all’ora), credo che tenersi la rabbia di un’intera giornata, sia come portare in giro un macigno. Figuriamoci quella di una vita intera! Perché non è che poi gli svedesi vadano a tirare di boxe per sfogarsi eh!
Continuano a mettersi in tasca i pugni, come dei sassolini raccolti per strada.

Mi chiedevo quanto questo ha a che fare con i problemi sociali che il governo svedese sta affrontando in modo eccellente da molti anni. L’alcolismo, il tasso di suicidi e la violenza sulle donne. Sì perché i numeri sulla violenza in Svezia sono sovrapponibili a quelli di tutto il resto d’Europa.
Non molte settimane fa l’Internazionale pubblicava una mappa del tasso di suicidi nel mondo. A parte le insospettabili India e Australia con un tasso altissimo, la cosa che mi ha stupito è stato vedere che la Svezia ha un tasso di suicidi più alto del resto della Scandinavia.
Mi sono chiesta perché. Qui è tutto perfetto. Intendo dire che la gente vive bene, con una minuscola fetta di popolazione in stato d’indigenza e che comunque viene accudita da Mamma Svezia in modo ineccepibile. L’azienda per cui lavori ti paga la palestra, se hai figli vieni letteralmente coperto d’oro, le vacanze sono un diritto talmente sacrosanto che ne hanno il doppio rispetto a quelle di noi poveri europei del sud e le “cose da fare”, soprattutto per gli autoctoni e soprattutto dopo i trenta sono talmente tante che c’è l’imbarazzo della scelta.
State pensando al clima, giusto? Io alla faccenda del clima ci credo fino a un certo punto. Certo, l’inverno qui dev’essere duro e lungo. Quando ci arrivo poi ve lo racconto. Ma anche la Finlandia e la Norvegia passano attraverso il buio, ogni anno. Però si suicidano di meno.
E se fossero i pugni in tasca?
E se fosse rabbia repressa che lentamente corrode gli argini e straripa?

A proposito di violenza sulle donne i numeri fanno abbastanza schifo per essere quelli di un paese il cui governo è suddiviso esattamente a metà tra i due generi.
La famosa trilogia di Stieg Larsson metteva i puntini sulla questione, con numeri alla mano. Ho controllato. Sono i nostri stessi identici numeri.
A me i numeri piacciono, soprattutto quando dentro ci vedo un significato. E questi numeri fanno venire voglia di trovare un perché.
Sarà che la scena che mi passa nella testa ogni volta che ci penso non mi dà pace. Lei, amministratore delegato della Volvo (o dell’Ikea, se vi piace di più) che torna a casa dopo un’importante riunione con i vertici della filiale giapponese e viene presa a pugni dal marito, Professore associato all'Università. Questa scena faccio fatica a mandarla giù. Perché ho sempre creduto che l’educazione e la cultura fossero sinonimo di dirittura morale. Sbagliato! Più che sbagliato!
Pare che questi pugni in tasca ogni tanto, gli svedesi, li tirino fuori e pare che come da copione dall’alba dei tempi, li agitino dove è facile farlo: a casa loro.

Niente di diverso da quello che succede a casa nostra. Quasi quasi, per una volta, concedo al mio vergognoso paese un’attenuante. Meno cultura e più povertà. Ma non c’è da andarci troppo a testa alta.

Chi ha intenzione di creare un business e ha voglia di viaggiare potrebbe venire qui e inventarsi un corso di canalizzazione della rabbia. Titolo: “Fuori i pugni dalle tasche!”. La foresta sarebbe un posto ideale come location. Si può urlare quanto si vuole e per sedare il fiume di odio c’è sempre qualche lago ghiacciato nelle vicinanze.


p.s. Il post è un po’ tetro, mi rendo conto. Non sono ancora stata inhiottita dallo spirito gotico del posto, ho semplicemente pensato a questo in questi ultimi giorni. Prometto un post sui cavallini di legno decorati per farmi perdonare… J

venerdì 26 settembre 2014

Lettere per chi?

Non ho mai sentito il bisogno di avere un destinatario per scrivere. Era sufficiente produrre qualcosa di concreto.
Non sono molto spirituale, non riesco ad accontentarmi del pensiero. Se non è tutto nero su bianco, mi sembra di non avere combinato niente. Non mi basta pensare. Non più da un po'.
Se poi consideriamo anche la piccola ossessione della catalogazione...beh...si fa presto a capire che dovevo raccontare e circoscrivere, spezzettare, etichettare, ordinare.
Quando sono arrivata al Nord pensavo che avrei avuto tutto il tempo del mondo. Nel silenzio della neve e nell'abbraccio di un caffè lunghissimo.
Invece il tempo è rosicchiato dal lavoro e dalla scoperta e poco ne rimane per mettere a posto. Ma devo!
Queste lettere da Uppsala sono per le mie amiche.
Oggi mi sembra che ogni sforzo teso a fare i conti con la mia condizione di donna, si compia qui. Al Nord. Dove, dicono, ci sia posto per una libertà tanto radicata da essere data per scontata.
Non è vero! E' una grande illusione e bastano pochi giorni per togliersi il velo dagli occhi.
Posso dire, dopo aver scalato il mappamondo fino quasi al circolo polare che la parità di genere non esiste.
Certo che qui è meglio! Molto meglio! Ma non è abbastanza.
Per questo è ancora tempo di parlare di femminismo, di spazio d'azione e dialogo.
Per questo le lettere da Uppsala sono per le amiche.
E' un po' come se le invitassi a casa per un tè e mostrassi loro il mio appartamento, la libreria, la cucina, il comodo divano, e poi il letto (rigorosamente disfatto!), il bagno disordinato.
Seguo il percorso, attraverso le mie stanze. Uppsala è il mio pretesto, il punto di arrivo e la mia nuova partenza.
Le lettere da Uppsala sono un ringraziamento vivo e sincero a tutte le donne che ho conosciuto e con cui ho condiviso ore di dialogo sfrenato sulla ricerca di una soluzione per noi stesse, tra gelati sulle panchine fredde di un ospedale, dolci merende, birre su tavoli lerci e cene vegane.
Grazie per avermi portata per mano fin qui.
Alle mie amiche, dunque...